Expo 2015 "feeding the planet"
ovvero godere di cattiva fame
Carissimo Sindaco,
abbiamo appreso nella Sua lettera al direttore del Sole24Ore del 7 maggio che l'emergenza alimentare mondiale non ci può lasciare indifferenti; con questa consapevolezza, l'Esposizione Universale milanese del 2015 si prefiggerebbe di contribuire eroicamente all'eliminazione della fame, della sete, della mortalità infantile e della malnutrizione nel mondo. Solenni dichiarazioni, che seguono altre consimili già messe agli atti della III Conferenza Nazionale Italia-America Latina o, per esempio, del Forum tematico del 4-5 febbraio scorso a Milano, rispetto alle quali cominciamo a nutrire non tanto la fame quanto una certa insofferenza. Prima di illustrarLe schematicamente la nostra posizione sul tema, che induce a un ragionevole pessimismo circa il carattere munifico del potere nutrizionale dell'operazione Expo vantato nella lettera, ci piacerebbe sottolineare alcuni punti della suddetta che già ci indispongono prima di entrare nel merito.
Del miliardo di persone che soffrono di fame cronica, prive di accesso all'acqua potabile, secondo le stime dell'ONU, cui andrebbe aggiunto un paio di altri miliardi con significative deficienze nutrizionali (Associated Press, 18 febbraio 2007), solamente 100 milioni sembrano suscitare nella Sua lettera l'interesse delle Nazioni Unite, ove "chiedono alla comunità internazionale una reazione rapida". Per inciso: cosa intende quando pensa alla "comunità internazionale"? Inoltre: che cosa intende parlando della desertificazione come di una "catastrofe naturale"? Se la "stella polare" dell'operazione Expo è la Campagna del Millennio, possiamo attenderci che verrà promosso tra gli obiettivi anche quello dell'adozione di "regole di scambi commerciali internazionali eque"? E' forse un simile esempio di facilitazione all'accesso e all'esportazione sui mercati l'istituzione della Borsa Merci Telematica Italiana dell'agroalimentare? Perché, infine, l'attenzione viene posta soprattutto sull'aumento di produttività? Ci perdoni la leggerezza, ma si cita seriamente la coltura del riso da svilupparsi in acqua salata come una possibile soluzione o si tratta di un refuso come quello nel nome erroneamente trascritto del Mahatma Gandhi?
La delicatezza del tema ci impone però di trattare più a fondo l'argomento, come se fosse un aspetto dirimente della questione Expo. Proviamo quindi a stare alla finzione, almeno nei prossimi paragrafi, anche se crediamo che il senso di tutta l'operazione risieda altrove, come abbiamo denunciato in altri luoghi. Infatti, vediamo nell'Expo una delle ultime spiagge del grande capitale finanziario per sopravvivere alla crisi innescata dal sistema stesso; una direzione che porta dritti alla cementificazione stessa dei terreni agricoli, alla distruzione del territorio mentre pochi agenti economici riescono a risucchiare un immenso patrimonio di denaro pubblico per i propri "sviluppi". Così queste immense ristrutturazioni del territorio che avvengono nella cornice della vetrinizzazione, della gentrificazione e della pulizia securitaria vengono alla fine del giro fatte pesare su cittadini ignari, impossibilitati a prendere democraticamente parte ai processi decisionali. Magari un fondo come Morgan Stanley raccoglie miliardi di investimenti da fondi pensione, compagnie assicurative, lavoratori dipendenti, poi investe in Agorà Investimenti pronto a cogliere le "opportunità" dell'Expo nel settore delle infrastrutture, ed alla fine chi ha deciso tutto questo e per fare cosa? E quali sviluppi e quali scheletri lascerà dietro di sè il perpetuarsi di questa cieca logica dei grandi eventi alla fine della fiera (espositiva)?
Ma dicevamo: accettiamo la finzione di questo livello del discorso, e proviamo a dipingere la questione della fame nel mondo in relazione al ruolo che lo spazio dell'Expo si propone di incarnare. Noi crediamo che quest'ultimo non sia uno scenario opportuno e, anzi, vi scorgiamo un errore, un'aberrazione, un corto circuito o al limite una messinscena poco onorevole, per alcune semplici ragioni.
L'intera impostazione del tema di "feeding the planet" andrebbe rovesciata. Perché mai dobbiamo insistere nel difendere un modello che sviluppa le forze produttive, distribuisce ingiustamente, infine si regge in piedi, come un ubriaco su una bicicletta che, per non cadere, deve pedalare sempre più forte, mentre corre in aiuto dei poveri che però si moltiplicano? Lei ricorderà che l'attuale tasso di duplicazione della popolazione mondiale si riferisce a un arco di 37 anni. Perché dobbiamo soffocare sotto il peso della sovrapproduzione di merci e rifiuti mentre creiamo povertà per poi correrle in aiuto? Non facciamo prima a piantarla con questa storia della povertà?
La fame nel mondo non dipende da carenze nelle forze produttive dal lato dell'offerta: come spiegare altrimenti i problemi di povertà negli Stati Uniti, visto che il volume di prodotto supera di gran lunga il fabbisogno complessivo della popolazione? Nel Paesi del Sud del mondo sono invece frequenti gli sprechi e le mancate allocazioni di ingenti derrate alimentari.
Il capitalismo globale ha sviluppato a sufficienza le forze produttive. Nonostante tutto questo ben di dio, una consistente parte del corpo sociale non è in grado di accedere al prodotto. L'aumento della produttività, se non pesa sul lavoro, introduce magari nuove forme di sfruttamento ambientale o incrementa il consumo di materie prime. Il mercato, da parte sua, non alloca affatto in maniera razionale tutto questo valore generosamente offerto ma distribuisce creando sempre più scambio ineguale e non è in grado di computare nel calcolo la dimensione dell'interesse collettivo nè la dimensione dell'interesse futuro, cioè non si pone ad esempio il problema dell'esaurimento, ma confida nella fede verso l'autocorretività delle scoperte e delle innovazioni. Non abbiamo però alcun controllo sull'orizzonte delle innovazioni possibili: si tratta sempre di una scommessa. Il sistema liberista di mercato pullula di esternalità negative non calcolabili e ignora costitutivamente la presenza di effetti irreversibili (come l'impoverimento del suolo o la distruzione della biodiversità), disconoscendo soglie qualitative critiche (per esempio il fatto che la catena alimentare dipende dai batteri capaci di fissare i nitrogeni nel terreno e decomporre organismi morti o dal fitoplancton che però frigge negli oceani dopo pochi gradi se spariamo biocarburanti in vena nelle automobili aumentando le emissioni inquinanti). Così la questione dell'innovazione produttiva adombra la vera posta in gioco.
Poiché nel disordine liberista dell'economia di mercato l'accesso al cibo dipende dal potere contrattuale degli agenti economici, le disparità individuali sono inserite a loro volta nel diseguale rapporto di potere tra i diversi paesi, istituzioni e grandi imprese attori del mercato globale. Queste disparità determinano la distribuzione ineguale fino all'esclusione coatta. Se cibo e acqua sono trattati come merci alla stregua di orecchini, automobili o divani, ne consegue un'allocazione competitiva delle condizioni fondamentali di vita, senza il riconoscimento di alcun diritto all'alimentazione e quindi alla vita stessa, con fette crescenti di popolazione escluse dal lato della domanda.
Anche se si tratta di dati statistici che spesso non riflettono la gravità della polarizzazione, è preoccupante notare che dal rapporto 2007 sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio risulta che quasi 1 miliardo di persone vivano con meno di 1$ al giorno mentre, al contempo, i prezzi dei generi alimentari salgono alle stelle per effetto della manipolazione del mercato primario e secondario da parte dei grandi attori del mercato. Nella primavera del 2008 India, Cambogia e Brasile hanno sospeso le esportazioni di riso. Tre grandi multinazionali controllano da sole 2/3 del mercato dei cereali governandone di fatto i prezzi, speculando in ogni passaggio del ciclo allungato dei vari prodotti agricoli, portando ad un prezzo finale al consumo devastante. Giocando con i propri futures sui propri prezzi medesimi per il mero profitto, esse fanno in modo che il mercato secondario degli strumenti derivati vada "governando" il mercato delle materie prime - ma più che di un governo non si tratta forse di una fluttuazione sempre più imbizzarrita, soggetta a capricci finanziari sempre più sorprendenti che giocano in realtà con il nostro future complessivo? Con l'impennata del petrolio nella cornice dell'esaurimento futuro delle risorse fossili, una seconda causa dell'impennata dei prezzi va ricercata nella "sfida" tra nutrimento alternativo delle automobili e annessi stili di vita e nutrimento delle persone laddove sempre più campi vengono destinati alla produzione di biocarburanti come grano e canna da zucchero per il bioetanolo - mentre l'olio di palma viene sfruttato per il gasolio, con ricadute anche ambientali, come emerge dal rapporto di Greenpeace del 2007 "Come ti friggo il mondo". Secondo l'agenzia economica Bloomberg almeno 1/3 dei cereali statunitensi nei prossimi dieci anni potrebbe essere convertito alla biocarburazione. Il rialzo delle materie prime cause poi rincari anche per prodotti derivati come pasta, pane o dolciumi. D'altra parte, l'agricoltura intensiva domanda essa stessa carburante per rifornire il suo apparato tecnologico e sempre più energia è richiesta per produrre fertilizzanti e pesticidi. A questi fattori si aggiunge lo smodato consumo di carne e l'effetto devastante della colonizzazione dell'esercito bovino dalle inefficienti percentuali di consumo, unitamente alle esternalità negative nell'ambiente (basti pensare all'aumento del prezzo del frumento nell'Australia sempre più arida o alla distruzione totale del riso del Bangladesh in seguito al ciclone del 2007).
E' sempre nell'orizzonte del falso problema dell'innovazione produttiva che si inserisce anche l'annosa questione degli OGM i quali, data la natura del proprio ciclo produttivo, hanno il difetto di rivolgersi eminentemente agli interessi dell'agricoltura industriale cioè delle grandi multinazionali agricole che, nella loro espansione, accelerano la deforestazione, impoveriscono i suoli e richiedono a loro volta nuovi surrogati tecnologici, mentre erodono terreno all'agricoltura tradizionale espellendo i piccoli coltivatori - tutto ciò trascurando il problemino della scommessa alla cieca sulla salute.
Insomma, se i Paesi del Sud importano svantaggiosamente cibo dai Paesi del Nord e se questo cibo riempie gli scaffali ma i destinatari non possono permettersi di acquistarlo, non c'è da stupirsi che negli ultimi mesi siano scoppiate rivolte in ogni dove, mentre sussidi governativi e aumenti nelle tariffe protezionistiche si sono succedute in Paesi come Egitto, Pakistan, Messico, Senegal, Marocco o Filippine. Il riso di Haiti, cui l'FMI ha imposto di ridurre le tariffe all'importazione per concedere un prestito di 24,6 milioni di dollari, ha finito col perdere la sfida con quello di Miami, che gode invece delle ricche e "illiberali" sovvenzioni statunitensi.
Crediamo che la vera posta in gioco riguardi il senso delle politiche liberiste, che accentuano le diseguaglianze producendo nuovi volumi di scambio sempre più ineguale mentre fette consistenti di popolazione vengono escluse dai consumi e abbandonate alla miseria ed alle malattie, mentre il ricco mondo viene recintato. Le grandi multinazionali guadagnano nuovi margini di profitto evitando la concorrenza, assorbendo gli aumenti salariali aumentando i prezzi, e impiegando sempre più risorse in attività speculative cioè al di fuori del ciclo tra investimenti e consumi. La fame è proprio l'altro lato di questa crescita dei profitti. Per assicurare l'alimentazione a tutti non serve quindi piantare risaie sul fondo del mare, piuttosto occorre un riequilibrio nelle relazioni sociali, che ponga fine alla crescente polarizzazione tra umanità affamata e umanità patologicamente obesa, intervenendo anche sulla regolamentazione dei processi che conducono, per esempio, all'impoverimento del suolo: si vede bene che poiché questo implicherebbe l'incremento di alcuni costi di produzione, in quest'ottica, sarebbe necessario mettere in discussione il normale funzionamento della produzione concorrenziale in un'economia di mercato. La lotta contro la fame vista come lotta per l'istituzione del "diritto all'alimentazione" passa per la messa in discussione di quel modello e va verso la difesa dell'autosufficienza locale, delle singole tradizioni alimentari - che è il contrario del cosiddetto "trasferimento di know how" dal Nord al Sud.
Ad ogni modo, rifiutiamo l'intero impianto del tema così come impostato dall'Expo e da Lei riassunto. Non si tratta di escogitare la trovata per nutrire il pianeta ed esportarla munificamente partendo dalle nostre eccellenze, quanto di permettere al pianeta di nutrirsi con le forze di cui già dispone senza ostacolarne l'equilibrio, nel contesto di un diritto all'acqua e all'alimentazione sottratte al regime di mercato. Di conseguenza, poiché l'Expo non tanto come padiglione o come circo quanto come operazione reale è il fiore all'occhiello del modello che deve essere superato per risolvere il problema di cui abbiamo scritto, riteniamo che l'intera proposta sia affetta da un fastidioso corto circuito; che sia al limite una messinscena consapevole che nasconde altri interessi di cui si è detto (che vanno poi in direzione del perpetuarsi dell'Eccellenza del Nord). La globalizzazione economica è la prima causa di rischio per la salute tra i paesi più poveri. A quale titolo l'Expo reale che ne suggella lo spirito alla lettera arreda padiglioni, cattedre e vetrine per pontificare soluzioni ai danni della sua stessa cattiva fame? Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare?
Restando a livello della finzione del tema, vorremmo aggiungere alcune semplici osservazioni ulteriori a supporto di quanto affermato, anche tornando sul documento di candidatura dell'Expo che, laddove fosse pure geneticamente modificato, non potrebbe servire alla realizzazione di un diverso "sviluppo" del territorio nè allo studio di un piano di attuazione degli Obiettivi del Millennio.
Innanzitutto, è evidente che non serve alcuno sperpero da capogiro di fondi pubblici con piano galattico di infrastrutture per affrontare il problema della fame. Si potrebbero organizzare due o tre settimane di incontri tra i massimi esperti mondiali del settore agroalimentare nei padiglioni dell'attuale Nuovo Polo Fiera a Milano (in mancanza di fantasia circa altri luoghi) o, volendo esagerare, si potrebbero finanziare interi programmi di ricerca - questo però implicherebbe investire nella ricerca e non negli immobiliaristi.
Si potrebbe cercare di articolare il tema con più serietà, senza girare intorno alle frasi vuote e piene di retorica che occupano i documenti ufficiali. Basta leggerle lentamente per accorgersi che sono del tutto prive di contenuto informativo: "l'alimentazione è l'energia vitale del Pianeta necessaria per uno sviluppo sostenibile basato su un corretto e costante nutrimento del corpo, sul rispetto delle pratiche fondamentali di vita di ogni essere umano, sulla salute"; oppure: "rispettare l'ambiente in quanto eco-sistema dell'agricoltura"; o "la genuinità e la diffusione di prodotti agro-alimentari è innanzi tutto una necessità sociale, oltre a rappresentare un importante valore economico". Ma di cosa stiamo parlando? Bisognerebbe evitare di declinare il problema alimentare in ""miglioramenti della produttività" e "sicurezza dell'alimentazione": si potrebbe intendere magari che il mais Bt OGM che evita la contaminazione da fumonisina sarebbe un buon esempio di sicurezza e qualità? E' questo che si intende con "capire il ruolo svolto dalle biotecnologie, unito a una riflessione sull'utilizzo degli OGM"? Leggiamo di educazione alimentare, di comportamenti disordinati (da riferirsi alle abitudini dei paesi ricchi?) e miglioramenti nei passaggi dell'intera filiera, per migliorare l'efficienza del mercato, naturalmente (dal monitoraggio dei falsi alla comunicazione col consumatore: cioè pubblicità migliori sugli OGM?). Leggiamo della volontà di "prevenire le nuovi grandi malattie sociali": sempre nei padiglioni? Leggiamo perfino: "verificare le politiche commerciali e doganali dei Governi". Già: quali?? Noi le abbiamo già verificate e ci sembrano molto strane; attendiamo di conoscere le Sue valutazioni dopo la verifica. Ma soprattutto bisognerebbe decidersi una buona volta: l'esposizione si propone come polo di ricerca o sarà invece la vetrina delle eccellenze, la chiesa delle grandi imprese agroalimentari, la fiera dei prodotti innovativi del made in italy in nome della grande cultura alimentare del Belpaese? Non crediamo che questa "ricetta" possa servire opportunamente l'eroica causa, specialmente considerando la partecipazione "alla tavola" di alcuni soggetti che presentano evidente conflittualità con la ristorazione del mondo.
Che ruolo hanno già in questo banchetto i partners e gli sponsors dell'evento? Potremmo chiederLe magari di Finmeccanica, Eni (che ha interessi diretti nella produzione congiunta di biodiesel e bioetanolo con Petrobras), A2A, Pirelli, Nestlè Espresso (non ha finanziato anche Bush?) o magari Ferrarelle (!) e Autogrill! Addirittura il Gruppo Benetton? Protagonista del conflitto con la famiglia Mapuche Curiñanco-Nahuelquir in Argentina e simbolo dell'ignobile comportamento del Nord del Mondo nei confronti del Sud: sbarcato per occupare la terra, comprandola per poche lire, si è assicurato considerevoli forniture d'acqua per l'impianto di Trelew per il congelamento di carni per ovini, infine si è permesso di fare una "donazione" umanitaria nel rispetto dei Mapuche proprio dopo aver usurpato le loro terre. E che dire delle contraddizioni che emergono osservando gli accordi presi durante l'interminabile pantomima dei viaggi di acquisizione del voti necessari all'assegnazione dell'Expo alla città di Milano? L'Italia non ha firmato accordi sui biocarburanti con il Brasile di Lula in cambio del suo appoggio? Che dire del comportamento di questo prezioso alleato della candidatura nella vicenda della deviazione del Rio San Francisco? Ecco un buon esempio di come il know how dei movimenti indigeni favorevoli alla razionalizzazione orizzontale delle risorse idriche ed al programma per la conservazione dell'acqua piovana non abbia nulla da imparare dal know how incrociato del governo con le multinazionali, in vista dell'irrazionale deviazione del fiume per un sistema di controllo e distribuzione dell'acqua piramidale, con al vertice le suddette imprese coinvolte nella costruzione delle dighe, della raccolta e della vendita all'ingrosso, mentre in fondo i consumatori si avviano a pagare tariffe sempre più care. Come si fa a rivestire la creazione del primo mercato d'acqua del Brasile su suggerimento della Banca Mondiale con una facciata umanitaria in nome della siccità globale?
Ci permettiamo infine di farLe osservare che le recenti e meno recenti sorti di altre omologhe esperienze di esposizione internazionale e universale non lasciano molti dubbi sulla reale utilità di questi eventi perfino a livello della semplice sensibilizzazione culturale intorno a un tema globale. Sull'Expo di Zaragoza 2008, patrocinata da Renault, Carrefur, Correos e Telefònica, e dalle multinazionali che si muovono verso la mercificazione delle risorse idriche, promossa dalla stessa Banca Mondiale, stiamo dalla parte dei movimenti e delle organizzazioni sociali dell'America Latina che hanno dichiarato un fermo rifiuto al "paradossale dibattito su Acqua e sviluppo sostenibile" (
http://www.acquabenecomune.org/spip.php?article4532). Già ad Hannover 2000 si parlò di sfruttamento dell'acqua e non ci sembra che siano stati fatti passi in avanti da parte delle grandi istituzioni. Non serve commentare la tragica risposta ambientale al tema di New Orleans che fu: "I mondi dei fiumi - Acqua fresca come sorgente di vita". I problemi rimangono (le nostre preoccupazioni anche), le tendenze si aggravano indifferenti alle eccellenti e progressive vetrine che vengono tirate su con arditi pretesti, sorde per altro a qualunque manifestazione di dissenso.
Con la presente intendiamo quindi commentare la Sua lettera manifestando di nuovo la nostra indignazione per la rinnovata autocelebrazione dell'Expo come eroico contribuente nella lotta contro la sete e contro la fame nel mondo. Rinnoviamo il nostro rifiuto nei confronti dell'operazione Expo 2015, che ci pare davvero destinata a godere di cattiva fame. Ci sembra quasi di poter identificare, facendo un immediato parallelo con la mascotte di Zaragoza, i protagonisti dell'avventura della ValPadana non tanto in Fluvi e nei Posis, l'esserino d'acqua circondato dagli esserini portatori di nutrimento e vita, quanto proprio nei loro antagonisti Negas, rappresentanti dello sporco e dell'inquinamento delle acque.
Milano, 16 maggio 2008
Comitato No Expo